SONO STATI RACCOLTI € 3.150!

Il ricavato totale devoluto alla Comunità di Pompeya è di € 3.150,00. La somma è stata versata al Fepp di Bepi Tonello che presto ci darà riscontro di cosa riuscirà a realizzare con la nostra donazione.

Per questo risultato ringraziamo tutti quelli che si sono impegnati e ci hanno sostenuto nella raccolta fondi.

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RIEPILOGO AGGIORNATO AL 27/01/2011

Ringraziamo tutti coloro che durante le assemblee dei soci del Credito Trevigiano hanno contribuito alla nostra Missione con l’acquisto dei prodotti artigianali dell’Ecuador.

Abbiamo raccolto ad oggi: 572,44 € (stiamo ancora cercando di vendere alcuni articoli rimasti…)

Ringraziamo inoltre tutte le BCC che hanno sostenuto il progetto “Una mano per l’Ecuador” con l’acquisto dei nostri biglietti di auguri: Cassa Padana, BCC Treviglio, BCC della Maremma, M.O.C.R.A. Sicilia e Credito Trevigiano.

Totale raccolto ad oggi: 876.26 € (sono in fase di conferma altri contributi delle BCC…)

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Le iniziative

Il Gruppo Giovani Ecuador si è attivato per sostenere il progetto UNA MANO PER L’ECUADOR con due iniziative, di seguito brevemente riassunte:

MERCATINO DI PRODOTTI ECUADORIANI

Durante il mese di Dicembre il Gruppo Ecuador sarà impegnato in un mercatino organizzato in occasione delle assemblee dei soci del Credito Trevigiano.

Le date delle assemblee sono:

  • Mercoledì 15 Dicembre a Caerano San Marco,
  • Giovedì 16 Dicembre a Castelfranco Veneto,
  • Venerdì 17 Dicembre a Vedelago,
  • Lunedì 20 Dicembre a Vedelago.

Nel mercatino si potranno acquistare prodotti ecuadoriani di artigianato: presepi di varie dimensioni e realizzati con diversi materiali, coperte di lana delle Ande, tovaglie, asciugamani ricamati a mano, sciarpe di lana e cotone, collane e orecchini di semi dall’Amazzonia e tantissime altre cose!

Sarà anche un’occasione per poter condividere l’esperienza in Ecuador!

Vi aspettiamo numerosi!

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Ricordando il viaggio. Un racconto

Il primo impatto è stato “colori”. Il cielo plumbeo sopra di noi, all’arrivo e in diversi giorni successivi, e un’esplosione di colori vivaci intorno a noi. Eccolo finalmente, l’Ecuador che da anni immaginavo e sognavo di visitare, eccomi in Ecuador. La presenza di Bepi Tonello è stata essenziale per comprendere l’esperienza, per vivere lo spirito di un progetto e di una popolazione.


Danze di accoglienza della comunità di Pijal

Il primo incontro con Codesarollo, al di là delle presentazioni ufficiali e delle visite istituzionali al FEPP, è la visita a unapiccola cassa di risparmi dove l’accoglienza è straordinaria, ci attendono tante persone, molte si sono preparate con una relazione e una presentazione in power point, i ragazzini hanno preparato danze e giochi, le donne ci portano the e biscotti. Prevale la sensazione di assoluta inadeguatezza. Pensare che tutto questo è stato preparato per noi, che siamo lì tra una tappa e l’altra senza troppe pretese.

Veduta di Salinas dall'alto. Un successo a soli 3400 mt.

E poi Salinas, la tenacia di un sogno costruito ad una altitudine proibitiva, l’audacia di un’utopia che resiste al freddo e al vento per concretizzarsi quotidianamente e “la sensazione di tornare a casa, finalmente, dopo 25 anni” come ha saputo sapientemente descrivere un amico. Sbalorditivo per me constatare ancora una volta come non bastino i nostri accademici progetti di cooperazione di 3/5/10 anni per riuscire a realizzare qualcosa in un posto, servono quarant’anni di pazienza e di condivisione, crederci e lottare giorno per giorno per realizzare un sistema completo, un caseificio, un laboratorio per la lavorazione della lana e del cacao. Un paese organizzato intorno al luogo di aggregazione, e la storia di decenni per liberarsi dalle vessazioni dei latifondisti e conquistare uno spazio di terra, non importa se si tratta di un terreno tanto ripido da doversi legare per riuscire a lavorarlo. E l’asilo, a quattromila metri, in cui ci intromettiamo una mattina, di passaggio, dove riusciamo ad avere un contatto con bambini che ci fissano tra lo stupito e il divertito, dopo essersi ripresi dallo stordimento di un numero incalcolabile di flash. La bimba che prendo in braccio ha una curiosità nei confronti delle mie unghie, le afferra, tenta di toglierle, di spostarle, e resto senza parole. Quelle manine gelide.

Dell’amazzonia mi restano due indelebili momenti. La barca in una notte senza luna, il silenzio delle stelle. Il buio più assoluto della navigazione sul Rio Napo senza alcun riferimento e la sensazione di impotenza totale. Dopo giornate immersi nella bellezza disarmante di una natura che resiste ancora nonostante la Texaco, nonostante l’inquinamento, nonostante noi, dopo queste giornate in cui ci siamo riempiti gli occhi dei più diversi tipi di paesaggi, svuotarli nell’oscurità del Rio Napo, che continua a scorrere indifferente al nostro notturno passaggio inghiottendo i pensieri. E poi il racconto dei due missionari uccisi. Da un lato l’impegno di una vocazione portata avanti fino alla fine, la coerenza di un impegno che non delega ma si concretizza nel protagonismo: “se non andiamo li uccideranno”, la costanza senza proclami di lottare per quello in cui si crede. Sempre. Dall’altro la cultura quechua, l’affascinante mondo indios di orgoglio e identità vissuta e preservata in ogni circostanza. Il legame con la terra, con il fiume, con le proprie origini. Tutto questo compromesso dagli interessi delle compagnie petrolifere, come ci ha dimostrato il toccante incontro di Lago Agrio. Queste sono solo alcune delle esperienze che abbiamo avuto la fortuna di vivere, sono le immagini che resistono indelebili nella mia mente a un mese di distanza dal viaggio. Un grazie per l’opportunità che è ci è stata offerta, con la certezza che questa esperienza continuerà nelle nostre vite e nel nostro impegno.

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Salinas: è qui che voglio vivere.

A Salinas oggi, sulla cordillera, a 3600 m di altitudine, la stragrande maggioranza dei giovani ha deciso di vivere nel proprio paese e partecipare alla sua crescita.

Salinas, a 3600 m di altitudine, è un paese di qualche migliaio di persone nel quale il 30% degli abitanti lavora all’interno delle numerose imprese sociali: il caseificio, un salumificio, la filanda, la fabbrica di cioccolato, l’essiccatoio di erbe medicinali, il turismo responsabile e la cooperativa di risparmio e credito.

Attraverso l’esperienza del microcredito tutte queste attività hanno avuto uno sviluppo costante creando occupazione e offrendo una vita dignitosa agli abitanti.

Questo processo è stato possibile grazie all’impegno di giovani che, dopo avere studiato e fatto esperienza in città, hanno deciso di tornare e mettere a disposizione della comunità locale le competenze acquisite.

L’attività ricettiva è gestita interamente da giovani così le competenze tecniche messe a servizio delle imprese di produzione alimentare per l’innovazione e modernizzazione delle strutture.

Nella comunità di Salinas, che si estende lungo un territorio molto vasto compreso tra i 4000 e gli 800 m di altitudine, si produce il miglior formaggio dell’Ecuador.

Si è scelto di non centralizzare la produzione in un unico stabilimento, ma di mantenere dislocati i vari caseifici. In questo modo, i campesinos che ogni giorno caricano il latte sui muli e sui lama per portarlo al centro caseario più vicino, hanno possibilità di incontrarsi e relazionarsi quotidianamente: questo favorisce la solidarietà e un forte senso di appartenenza alla comunità.

Padre Antonio Polo, uno dei primi missionari salesiani giunti qui, ci ha spiegato che è stato molto importante per i salineros liberarsi dai proprietari terrieri che li rendevano schiavi e iniziare un percorso indipendente dettato dalle esigenze della popolazione.

Questa esperienza rimanda allo spirito che ha animato il progetto realizzato per il credito cooperativo.

Otto giovani fotografi di diverse parti d’Italia si sono confrontati sul tema “è qui che voglio vivere”. Per quattro mesi ogni fotografo ha indagato il proprio territorio, facendo leva sulle proprie conoscenze e relazioni, ricercandone identità, valori e potenzialità.

Come i giovani salineros che sono tornati dopo gli studi a condurre attività nel proprio paese, noi abbiamo riscoperto i nostri luoghi di origine e focalizzato il nostro sguardo sui giovani che hanno investito e scommesso sul loro territorio.

Abbiamo incontrato una grande varietà di luoghi e attività nei quali i giovani sono protagonisti: studi di registrazione e autoproduzioni, officine di biciclette e ostelli, orti e spazi espositivi, luoghi dove il lavoro non è soltanto sinonimo di profitto. Lo strumento di coordinazione del progetto è stato un blog (http://www.kaleidon.it/quichevogliovivere/)che è servito a raccogliere immagini e parole sul lavoro svolto. Le fotografie realizzate non restituiscono paesaggi da cartolina, ma paesaggi umani, immagini caratterizzate da un forte realismo e dalla presenza dell’uomo.

Con il progetto “è qui che voglio vivere” ci siamo posti un interrogativo al presente che possa produrre una risposta per il futuro.

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Amazzonia: gioia e semplicità tra le sponde di un fiume

10 Settembre 2010

Stamani la sveglia suona alle sei e mezzo, accompagnata dagli urli delle scimmie e dal frastuono dei pappagalli giganti e degli armadilli che popolano il giardino dell’hotel.

Una ricca colazione in albergo ed alle otto e mezzo tutti sul “barco” in direzione Pompeya! Il primo tratto di navigazione del Rio Napo lascia tutti a bocca aperta, merito dei suoi 300 metri di larghezza massima e dell’imponente vegetazione amazzonica che fa da cornice al nostro viaggio. La nostra fedele “lancia”, capitanata dall’esperto Fernando, solca leggera le acque del fiume, effettuando dei piccoli bordi per evitare le zone di secca.

Solamente un’ora e mezzo di navigazione ed approdiamo alla comunità indigena di Pompeya, sede della Cassa de ahorro y credito “Alejandro Lavaka” (vescovo della città di Coca, ucciso a colpi di lancia dagli indigeni Huaorani).

Una schiera di madri con i loro bambini ci accolgono all’arrivo: sono le donne che per prime hanno creduto nel progetto della “Cassa”, e che lo hanno portato avanti nonostante la diffidenza degli uomini della comunità. A raccontarci la storia del progetto è Olimpia, l’attuale “gerente” della struttura, la quale ci rilascia una vera e propria intervista in lingua Kichwa: il racconto narra la storia di prestiti ed investimenti di piccolissimo importo (forse la prima reale esperienza di microcredito fino ad ora incontrata…), alcuni dei quali, purtroppo, con esito negativo. Oltre all’erogazione del credito, la cassa permette di raccogliere ed anticipare i “bonus de desarrollo humano”, ovvero le quote che il governo eroga a sostegno delle donne-madri sotto una certa soglia di povertà, evitando che le stesse si rechino a Coca per riceverle.

Una breve visita alla comunità e risaliamo veloci lungo il fiume Napo in direzione Pañacocha, dove facciamo sosta per il pranzo: l’impatto visivo ed olfattivo è forte, ma l’entusiasmo, misto alla fame, fanno passare tutto in secondo piano! Un piatto caldo di carne e fagioli ci aspetta, accompagnato da riso in quantità e limonata fresca… un toccasana contro gli “imprevisti” intestinali! Accompagnati dal sottofondo musicale della “bachata de amore”, si riprende il viaggio verso la comunità indigena di Samona Yuturi, ove, con grande stupore, veniamo accolti con un saluto di benvenuto in lingua italiana. A parlarci, infatti, è un giovane ecuadoriano che dopo tre anni vissuti in Italia come operaio, è approdato alla comunità seguendo la propria amata.

Anche a Samona Yuturi è presente una Cassa de ahorro y credito, situata all’interno di un edificio donato dalla compagnia petrolifera che sta effettuando estrazioni nella zona circostante. La struttura appare ben organizzata al proprio interno e, con nostro stupore, dotata addirittura di aria condizionata! Come a Pompeya, inoltre, la cassa fornisce, in aggiunta ai servizi di credito e risparmio, il cosidetto “pago del bono de desarrollo humano” per la comunità stessa e per quelle limitrofe.

La visita si conclude con un interessante match calcistico Italia-Ecaudor…altrettanto interessante il risultato: 1 a 6! Prestazione stile mondiali 2010…degno di nota, comunque, il gol della bandiera.

La giornata termina con un romantico falò su un isolotto in mezzo al fiume, ed un pernottamento a Pañacocha, infagottati nelle zanzariere (per chi ce l’ha). Poche righe non bastano certo a descrivere ciò che il cuore prova di fronte a certe realtà…di sicuro l’esperienza gioiosa che vi abbiamo raccontato non è stata priva di momenti di profonda riflessione. Forse è proprio vero il detto: “si stava meglio quando si stava peggio…”.

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Passo a passo con i popoli dell’Amazzonia

8 Settembre 2010

Dopo una breve colazione lasciamo il bellissimo albergo Cabanas Bascun. Alberto, il nostro autista, oggi guiderà per molte ore. Da Baños iniziamo a scendere verso Puyo e costeggiare una gola piena di meravigliose cascate.

Gradualmente il paesaggio cambia, la vegetazione si fa sempre più fitta e di un verde più brillante. L’amazzonia si presenta così: case isolate costruite in legno e bambù, bambini sulla strada che tornano da non si sa quale scuola, autisti di camion che si fanno la doccia sotto una cascata al lato della strada.

Verso pranzo arriviamo a Tena che prende il nome dal fiume che la attraversa. Quattro anni fa qui le strade non erano asfaltate.

Arriviamo alla missione dei Padri Giuseppini del Murialdo dove incontriamo Monsignor Paolo Mietto, di Padova. Il Direttore della Missione ci accoglie in una sala che sembra un museo: sulle pareti spiccano i ritratti incorniciati dei suoi predecessori. Ci spiega che i Giuseppini hanno creato per primi una radio in Amazzonia ed istituito scuole per gli abitanti delle zone rurali intorno a Tena, dove quasi il 90 % della popolazione è indigena.

Pranziamo tutti insieme in un ristorante poco distante ed è già ora di proseguire il nostro viaggio. In serata dobbiamo essere a Coca, la capitale della regione di Orellana, una delle città più orientali dell’Ecuador. Se a Salinas usavamo il maglione e a Baños una felpa, a Coca si può stare solo in t-shirt!

L’impatto con la città è faticoso: fa molto caldo e l’umidità è altissima. Visitiamo la chiesa della Missione dei Cappuccini dove sono sepolti Mons. Alejandro Labaka e Suor Ines Arango. I due sono stati uccisi dagli indigeni Huaorani a colpi di lancia nel 1987 considerati alleati delle multinazionali petrolifere che stavano invadendo il loro territorio. Un fatto sconvolgente per tutto l’Ecuador visto che per lungo tempo questi religiosi hanno vissuto insieme agli indigeni difendendoli, aiutandoli, rispettando le loro usanze fino a farle diventare proprie, diventando loro “figli” e utilizzando la loro lingua.

Ci sistemiamo prima di cena in albergo ( per nostra fortuna provvisto di aria condizionata ) ed andiamo a riposare in vista della navigazione sul Rio Napo che ci attende domani e che ci porterà nel cuore dell’Amazzonia. Non vediamo l’ora!

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